Fisioterapia in Acqua
L'opinione di Marco
Confesso subito la mia… colpa: sono un “infiltrato”, nel senso che non soffro di atassia. Dice: e allora che cosa ci stai a fare, da queste parti? Domanda legittima, risposta semplice: sono stato invitato da uno di voi, Antonio.
Mi presento: sto per compiere 50 anni, sono giornalista e poco più di due anni fa sono stato raso al suolo da un ictus. Non vi sto a tediare con i racconti della malattia: ciascuna ha la propria, che basta e avanza. Ma è “grazie” (si potrà utilizzare il termine grazie, in un’occasione del genere?) alla malattia che ho scoperto le sindromi atassiche.
Ero tornato a casa dopo tre mesi di ricovero. Dovevo proseguire la terapia e la mia fisiatra fu perentoria: “Deve cominciare una fase di riabilitazione in piscina”. L’idea mi parve balzana, ma ancora una volta (è capitato spesso, in vita mia) non avevo capito niente.
Abito a San Lazzaro, la piscina attrezzata più vicina a casa mia è quella di Ozzano.
Superate le iniziali perplessità, mi iscrissi e cominciai a frequentare il corso.
Fu qui, come detto, che conobbi l’atassia: insieme a me, in acqua, scendevano altri “colleghi” post-ictati, ma anche un gruppo di persone – uomini e donne – che non avevano avuto ictus, non mostravano segni evidenti di handicap come i miei, eppure si capiva che erano lì perché ne avevano bisogno, non per diletto. L’acqua, insomma, ci unì, o quanto meno ci fece conoscere.
Ed è proprio dell’acqua che vorrei parlare in questo ambito. Perché muoversi in acqua – con la forza di gravità attenuata – è eccezionale, tutto sembra possibile.
Tanto per dire, ho una gamba che funziona poco e un braccio che funziona niente: beh, in acqua si muovono, fanno cose che sulla… terra ferma non posso neanche sognare. Quindi, questa è la prima notizia: qualunque sia il vostro deficit motorio, buttatevi in acqua e ritroverete la speranza.
Questo è un dettame generale, oserei dire scientifico. Ma nel nostro caso – mio, di Antonio e degli altri – c’è dell’altro.
Sin dal primo momento si è creato un autentico spirito di gruppo: insomma, si lavora, però ci si diverte anche.
Merito nostro, ci mancherebbe, ma merito anche delle nostre tre istruttrici, tre preparatissimi angeli acquatici che ci seguono con professionalità, entusiasmo e simpatia.
Elisa, Francesca e Manò (in ordine alfabetico) sono davvero i nostri angeli: suggeriscono gli esercizi da eseguire, ne controllano l’esecuzione, capiscono se la giornata è “giusta” o “storta” e agiscono di conseguenza. Già, perché – come sappiamo bene – durante la giornata non dobbiamo fare i conti “solo” con la malattia: ci sono le interferenze del lavoro, dei rapporti familiari o comunque interpersonali. Magari piove, fa freddo, e il buonumore è un ricordo lontano. È in casi del genere che apprezziamo per intero la valenza dei nostri angeli acquatici: basta un loro sorriso, uno sguardo d’intesa, due chiacchiere in libertà per farti apprezzare una giornata che prima di allora avresti voluto abolire.
Insomma, non so che cosa succeda altrove, ma da noi a Ozzano la terapia agisce prima di tutto sul cervello, sull’umore, oserei dire sul cuore. Vi chiederete se gli stessi benefici si ottengono anche a livello fisico. La risposta è sì.
Parlo di me, il “caso” che conosco meglio. Dopo pochi mesi ho buttato via l’ausilio ortopedico che mi avevano imposto per migliorare la qualità del passo, in pratica non utilizzo più il bastone, ho ripreso a guidare l’auto e riconquistato un’accettabile autonomia nella vita di tutti i giorni.
In più – il che, ne converrete, non guasta – ho ritrovato la voglia di vivere, sento che ho ancora parecchie cose da fare.
Non mi credete? Venite a tuffarvi con noi: capirete che non ho esagerato.
E adesso vi saluto, vado a Ozzano: splash…
Marco Montanari




